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Sono stata brava, ho ascoltato 2 ore di esegesi liriforme,
decantando i sensi col rigor mutis, cercando pur di diventare aeriforme.
Sono stata brava, ho atteso 2 ore, poi ho punto il dito senza metterlo nella piaga,
dopo pochi secondi, i battiti in panico erano sul palco, impegnati in un’overture da saga,
l’apprensione crescente di veder schizzare fuori norma una stantia poesia glicemica,
col terrore terrorista che cercava di trasformare un dissing, in petalosa elegia endemica.
Poi ho avuto una grazia: l’escursione termica m’ha risvegliato dal torpore.
Ho realizzato che siamo nell’era dell’autolisi elegiaca. Lo so, mi direte, è pur sempre un orrore,
è diatonica, non cardiotonica, fa male, ti culla nel tuo dolore e cagiona diaebetizzazione,
blocca la funzione creatica e ti ritrovi inno-dipendente con una Bestia di in-gioia dentro le vene.
Conti le sillabe più volte al giorno, vai in ipo, poi in iper, sviluppando contro-dipendenza
e arrivi a sera, immersa nel tramestio di un tramonto multicolor, comprendendo l’importanza
di evitare alti tassi zuccherini: alla lunga, smorzano il senso critico e procurano criticità perenni,
costringendoti ogni giorno a spararti in vena sostanze riattivanti, per limitare i danni.
E spergiuri, con croce sul cuore, di non scrivere mai più rime volatili per diaebeti sedentari,
ed in piena crisi d’astantinenza, ammetti che aveva ragione Lino: adesso son proprio cazzi amari.